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VENERDI 9 SETTEMBRE SAN GIORGIO A CREMANO

Villa Vannucchi,
Via Roma, 47
ore 20.30
€ 5 più d.p.

Concerto di SAN SALVADOR

La polifonia occitana é il punto di partenza per questa band francese, che dà vita alla propria arte usando l’occitano come linguaggio ritmico. Collettivo di sei voci, dodici mani e un tamburino, radicato nelle profonde tradizioni trovadoriche della regione, San Salvador si propone di rinnovare la tradizione popolare attraverso la poesia, oltrepassando le barriere e aprendola a nuovi orizzonti.
Con il suo font moderno e iper-minimale, gli abiti turistici, vistosi e coloratissimi, dei soggetti della foto — con tanto di casacca di Stoichkov del Barcellona in seconda fila —, la copertina di questo La grande folie sembra introdurre all’ennesimo disco di indie pop elettronico un po’ ironico come ne escono a decine ogni settimana. E invece.
Formatisi pochi anni fa nel piccolo comune francese di Saint Salvadour, nel dipartimento di Corrèze della Nuova Aquitania, i San Salvador propongono una musica che è molto lontana da quella che i pregiudizi sulla copertina possono portare a immaginare. Si tratta, infatti, di un sestetto che già da un paio d’anni sta riscuotendo un certo successo tra appassionati e addetti ai lavori per la loro personale interpretazione delle musiche folk delle regioni nei dintorni del Massiccio Centrale e, in particolar modo, dell’Occitania — lo stesso moniker altro non è che la traduzione in occitano del toponimo Saint Salvadour. Non è un caso che La grande folie, loro album di debutto, sia stato pubblicato tramite la Pagans, etichetta francese che negli ultimi tempi è diventata un faro di riferimento per le più disparate e innovative declinazioni del folk del sud della Francia (occitano, basco, guascone, alvernese, e chi più chi ne ha più ne metta), dai canti polifonici delle Cocanha agli esperimenti allucinati e saturi di droni di Romain Baudoin e Super Parquet. L’approccio dei San Salvador, tuttavia, si pone un po’ a metà tra questi due estremi.

Il nuovo album è “La Grande Folie

Formazione:
Gabriel Durif voce, tamburini
Eva Durif voce
Thibault Chaumeil voce e tamburo basso
Marion Lherbeil voce e tamburo basso
Laure Nonique Desvergnes voce
Sylvestre Nonique Desvergnes voce e tamburo

 

Biglietto acquistabile qui

 


 


 

Villa Vannucchi

Villa Vannucchi è una delle tante ville monumentali del Miglio d’Oro, sita nel comune di San Giorgio a Cremano in corso Roma.
Storia. La villa fu voluta da Giacomo d’Aquino di Caramanico (esponente della famiglia D’Aquino e gentiluomo di camera del sovrano del Regno delle Due Sicilie Carlo di Borbone), il quale acquistò nel 1755 alcune proprietà dei discendenti di Giovanni Battista Imparato, della storica famiglia omonima. Tali proprietà consistevano in due complessi edilizi (una casa palaziata e un casino alla romana) e una masseria di quattordici moggi (47.108,04 metri quadrati circa di terreno) con bosco. Alla metà del XIX secolo la villa fu venduta ai Van den Henvel e poi, nel 1912, alla famiglia Vannucchi. L’immobile fu gravemente danneggiato dal sisma del 1980, tanto che fu necessario costruire numerose centine a supporto degli archi di tutta la struttura. Durante questo periodo parte dei giardini venne occupato abusivamente e destinato alla coltivazione di ortaggi per opera di privati. Acquisita al patrimonio del comune di San Giorgio a Cremano, è stata a lungo interessata da estesi lavori di restauro, che sono terminati nel 2006. Tre anni dopo è stato ultimato anche il riassetto del parco, riportato agli antichi splendori grazie ad un rifacimento che si è ispirato alla mappa settecentesca. Oltre ad essere teatro di rassegne culturali, la villa è nota al pubblico per essere apparsa nelle scene iniziali del film Ricomincio da tre, dove Lello Arena chiama a squarciagola Massimo Troisi.

La dimora è una delle più imponenti della zona vesuviana, come dimostra il prospetto firmato da Donnamaria che prevede, in alternanza alle lesene corinzie, un doppio ordine di balconi dotati di ringhiere in ferro battuto e timpani curvi posti senza ornamenti davanti alle finestre del piano nobile. Completano il progetto architettonico della dimora la cappella dedicata all’Immacolata, una sagrestia, una sala della musica e una ex scuderia adibita a teatro. Il progetto per la nuova villa fu commissionato ad Antonio Donnamaria, un architetto di scuola vaccariana, che realizzò il prospetto su strada con una ritmata partitura di lesene giganti in stucco. L’interno è caratterizzato da decorazioni in stucco rococò. Il prospetto posteriore, che si apre sul magnifico giardino all’italiana progettato da Pompeo Schiantarelli nel 1783, è costituito da una serie di arcate, logge e porticati. Il giardino all’italiana di Schiantarelli, la cui vastità è pari al bosco di Portici, è caratterizzato, come si legge anche nella pianta Carafa, da un lungo viale che parte da una quinta ad esedra posta in fondo al cortile e giunge ad una fontana monumentale posta al centro e formata da quattro vasche laterali disposte simmetricamente in diagonale. Da qui si dipanano a “raggiera” quattordici viali che tagliano il giardino per esteso fino al limite della proprietà. Nel giardino sono conservati ancora oggi esemplari di alberi di canfora, pini, lecci, palme, magnolie, datteri, cedri, mimose e albicocchi. La villa, denominata pure “Villa e delizie dei d’Aquino detti di Caramanico” divenne un luogo di riferimento per la nobiltà napoletana ai tempi di Gioacchino Murat. Fu in questo periodo, infatti, che la dimora conobbe il suo maggiore splendore grazie alle feste e ai ricevimenti che il principe d’Aquino offriva agli ospiti sotto la direzione della moglie Teresa Lembo.

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